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Avvocato, professore di Diritto penale, ex Ministro della Giustizia e Vicepresidente dell’Università Luiss Guido Carli, Paola Severino racconta in un’intervista a “Il Mattino” il legame indissolubile che la unisce alla sua città natale, Napoli, la sua lotta contro l’illegalità e il lavoro per le carceri.

Paola Severino e la sua Napoli

L’ha lasciata quando aveva solo 14 anni, la sua Napoli. Per tutto il tempo che ha vissuto a Roma con la sua famiglia, Paola Severino però non l’ha mai dimenticata, ripromettendosi che prima o poi ci sarebbe tornata. E l’ha fatto, anche in veste di Ministro, ritornando in tutte quelle zone che continuavano a lottare per conquistarsi la legalità. “Ricordo ancora l’accoglienza straordinaria”, dice la Vicepresidente dell’Università Luiss Guido Carli, “tutti mi esprimevano un profondo senso di gratitudine, dovuto al fatto che, grazie al mio ruolo, veniva finalmente rappresentata l’immagine di una Napoli legale”. Era il marzo 2013 quando fece visita per la prima volta da Ministro. In quei giorni, nel quartiere della Pignasecca i commercianti si erano ribellati al pizzo, decidendo di non pagare più tangenti alla camorra. “Entrai in tutti i negozi che esponevano il cartello No pizzo, li esortai a non mollare e dissi loro che mai avrebbero dovuto sentirsi soli”, ricorda la Vicepresidente. La risposta degli esercenti fu straordinaria: “Minì, non vi preoccupate. Ci difendiamo uno con l’altro. Insieme, contro la camorra, siamo una forza”.

Paola Severino: come è nata l’idea di “Rebibbia lockdown”

Nel periodo in cui dirigeva il dicastero della Giustizia, Paola Severino fece visita a parecchie carceri con lo scopo di individuare i principali problemi che affliggevano quei luoghi e trovare delle soluzioni. Durante la visita al carcere di Poggioreale i detenuti espressero enorme gratitudine nei suoi confronti. Quando poi venne invitata dall’Università di Santa Maria Capua Vetere per tenere una lezione sulla legalità, i ragazzi mostrarono grande interesse per il tema. Così la Vicepresidente decise di introdurre alla Luiss un progetto in cui gli studenti diventavano ambasciatori nelle carceri e nelle scuole a rischio. È proprio a loro che è venuta l’idea del docufilm. Girato durante il lockdown all’interno del carcere di Rebibbia, il film documentario descrive le paure che la pandemia ha generato tra i carcerati, ai quali viene data la possibilità di raccontare i propri sogni, le loro speranze e i sacrifici.

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